sabato 23 dicembre 2006

Piergiorgio Welby

La morte, la grande assente

Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento inquietante per un’umanità convinta di aver conquistato l’immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno, scopando con due preservativi infilati sull’uccello… insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata un’Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un’altra manciata di anni è assi curata!

Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz… zzzz… zzz… e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz… zzzz… come si può continuare a vivere in quelle condizioni? Zzzz… zzz… io non ci riuscirei mai. Zzzzz… zzzz… meglio un colpo di pistola! E rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella.

La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi che accompagnano la fine della vita, è la grande assente dalle nostre coscienze. L’accanimento terapeutico è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma è la tragedia che dà pathos a un serial, la perdita dell’autonomia e della dignità che ne consegue è una fisima da depressi… Protetti contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento che abbiamo sempre voluto ignorare.

La morte – il nulla, in fondo, non è che una metafora della morte – non è che la condizione della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello che è. È dunque anche la condizione del valore, è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio perché è effimera, perché è destinata a tramontare.

Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi creati dal crollo del muro e dall’offensiva integralista-terrorista?

Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio: “Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?” Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza… oltre le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore comune degli uomini.