Piergiorgio Welby
La morte, la grande assente
Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento inquietante per un’umanità convinta di aver conquistato l’immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno, scopando con due preservativi infilati sull’uccello… insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata un’Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un’altra manciata di anni è assi curata!
Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz… zzzz… zzz… e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz… zzzz… come si può continuare a vivere in quelle condizioni? Zzzz… zzz… io non ci riuscirei mai. Zzzzz… zzzz… meglio un colpo di pistola! E rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella.
La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi che accompagnano la fine della vita, è la grande assente dalle nostre coscienze. L’accanimento terapeutico è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma è la tragedia che dà pathos a un serial, la perdita dell’autonomia e della dignità che ne consegue è una fisima da depressi… Protetti contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento che abbiamo sempre voluto ignorare.
La morte – il nulla, in fondo, non è che una metafora della morte – non è che la condizione della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello che è. È dunque anche la condizione del valore, è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio perché è effimera, perché è destinata a tramontare.
Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi creati dal crollo del muro e dall’offensiva integralista-terrorista?
Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio: “Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?” Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza… oltre le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore comune degli uomini.
Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento inquietante per un’umanità convinta di aver conquistato l’immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno, scopando con due preservativi infilati sull’uccello… insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata un’Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un’altra manciata di anni è assi curata!
Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz… zzzz… zzz… e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz… zzzz… come si può continuare a vivere in quelle condizioni? Zzzz… zzz… io non ci riuscirei mai. Zzzzz… zzzz… meglio un colpo di pistola! E rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella.
La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi che accompagnano la fine della vita, è la grande assente dalle nostre coscienze. L’accanimento terapeutico è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma è la tragedia che dà pathos a un serial, la perdita dell’autonomia e della dignità che ne consegue è una fisima da depressi… Protetti contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento che abbiamo sempre voluto ignorare.
La morte – il nulla, in fondo, non è che una metafora della morte – non è che la condizione della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello che è. È dunque anche la condizione del valore, è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio perché è effimera, perché è destinata a tramontare.
Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi creati dal crollo del muro e dall’offensiva integralista-terrorista?
Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio: “Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?” Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza… oltre le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore comune degli uomini.



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